Pordenone Docs Fest ha adottato un decalogo, il Manifesto Green, che vuole essere un modello virtuoso per trasformare l’industria culturale e renderla più sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale. Un impegno visionario che nasce da anni di azioni concrete, che va oltre le dichiarazioni d’intenti. È un invito che si declina nella scelta della mobilità sostenibile per raggiungere i luoghi del festival, delle fonti energetiche rinnovabili, nella riduzione dei consumi e di tutti gli sprechi, nella raccolta differenziata dei rifiuti, ma anche nell’uso e ri-uso di materiali riciclati e riciclabili, evitando la plastica, nella promozione dell’inclusività e nella diffusione della cultura della sostenibilità ambientale e sociale, grazie all’audiovisivo.

Ogni anno viene assegnato il Green award, per il miglior documentario a tematica ecologica in concorso.
Nel 2026, nel percorso di avvicinamento al festival, è stato organizzato a SpazioZero il primo Swap Party di Cinemazero, un’iniziativa festosa, che si basa sullo scambio di abiti in ottimo stato, per promuovere la cultura del riuso e l’eliminazione degli sprechi in un settore, quello tessile, tra i più impattanti dal punto di vista ambientale.

Anche l’immagine della XIX edizione del Pordenone Docs Fest racchiude un messaggio ecologico: è il dettaglio di un’orchidea “Scarpetta di Venere”, raccolta da Silvia Zenari in Val Cimoliana, sulle Dolomiti friulane, nel giugno 1922 e custodita presso l’Erbario dell’Università di Padova. Così come un erbario può essere definito «un campionario del mondo» (per usare le parole del poeta Camillo Sbarbaro), il festival vuol rappresentare una finestra aperta sulla realtà e illuminare storie e dettagli poco noti, o narrati attraverso sguardi inediti.
L’immagine sottolinea il legame con il territorio e la natura: è un omaggio alla figura di Silvia Zenari (1895-1956), botanica e geologa friulana. Donna di scienza, esploratrice instancabile delle Alpi orientali, è stata tra i principali protagonisti dell’arricchimento dell’Erbario dell’Università di Padova. La sua storia e le sue collezioni contribuiscono a valorizzare gli erbari come patrimonio scientifico, storico e culturale, da custodire e studiare, e aggiungono un nuovo tassello al racconto del contributo, spesso poco conosciuto, delle donne alla scienza.
